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Editoriale

Tra rilievo e conservazione. Alcune ragioni.

Cesare Cundari

 
 
 
Da molti anni mi occupo - come ricercatore e come professionista - di documentazione del patrimonio culturale con particolare riferimento ai beni architettonici. Senza nulla togliere alle altri tipi di manifestazione d’arte, egualmente da tutelare, mi è sempre sembrata logica una prioritaria attenzione al patrimonio architettonico innanzitutto perché realizzato per dare ospitalità all’uomo, ma anche perché soggetto inevitabilmente ad usura e perché la sua migliore conservazione sarebbe garantita dall’uso quotidiano e da quella manutenzione corrente che, tuttavia, oggi è ben lungi dal verificarsi.
L’alternativa consueta è, a lungo andare, uno di quegli interventi di restauro che comunque costituiscono un evento traumatico che dovrebbe rappresentare l’ultima spiaggia (Ruskin) in una società concretamente favorevole alla conservazione della propria memoria.
In realtà la conservazione del patrimonio si caratterizza – a voler essere ottimisti – da una persistente estemporaneità, così come la sua documentazione soffre di tempi biblici.Negli ultimi anni ho scritto più volte che la conservazione del patrimonio culturale ed ambientale costituisce la maggiore sfida dei nostri tempi ma essa mi sembra sempre più difficile da vincere per ragioni che sono sotto gli occhi di tutti ma che non sono oggetto di adeguata attenzione.
Da decenni si è riconosciuto nella tutela attiva e partecipata (ovvero quella nella quale siano coinvolti i popoli) la migliore soluzione del problema; le iniziative specifiche tuttavia languono. Le difficoltà della vita quotidiana tendono ad affievolire pure gli effetti di quelle flebili iniziative che a livello governativo (quando accade) vengono assunte.
Il patrimonio culturale decade progressivamente nella indifferenza generale.
In alcune città la maggior parte di chiese e cappelle sono perennemente chiuse, antichi edifici (una volta testimonianze di nobile architettura) degradano sempre più nel disinteresse generale.Ancora, fino ad alcuni anni fa, si poteva ritenere che della conservazione del patrimonio si sarebbe dovuto far carico ciascuna nazione; tuttavia – ed è la più recente delle riflessioni che mi è occorso di fare – in quasi tutti i Paesi europei si registra ormai un carattere sempre più crescente di multirazzialità.
E’ logico interrogarsi quanta sensibilità sia lecito attendersi - per la conservazione di un patrimonio culturale che gli rimarrebbe (comprensibilmente) estraneo - da chi è costretto a migrare in un nuovo Paese nella speranza di risolvere i problemi di quotidiana sopravvivenza!Uno dei caratteri che ho sempre voluto adottare nelle mie varie attività è stato quello della loro divulgazione; mi auguro, in tal modo, di contribuire, almeno in parte, alla formazione della consapevolezza della necessità di attenzione per la conservazione delle nostre memorie.